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Girato in parte in provincia di Ragusa

Anno 1984
Durata 188 min
Genere drammatico, commedia
Regia Paolo e Vittorio Taviani
Soggetto Novelle per un anno (Pirandello)
Sceneggiatura Paolo e Vittorio Taviani
Produttore Giuliani G. De Negri
Fotografia Giuseppe Lanci
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Nicola Piovani
Costumi Lina Nerli Taviani
Interpreti e personaggi
Episodi
  • Il corvo di Mìzzaro (introduce ogni episodio)
  • L’altro figlio
  • Mal di luna
  • La giara
  • Requiem
  • Colloquio con la madre
Premi
  • 2 David di Donatello 1985: miglior sceneggiatura emiglior produttore

Si tratta di quattro episodi (nella edizione televisiva cinque: con “Requiem”), del tutto diversi per tema e sviluppi, legati tra loro dal tenuo filo di un volo di corvo, che muove le ali verso il cielo del Prologo.

Un gruppo di pastori se ne disputano il possesso, finché uno di essi, legato al collo dell’uccello un campanello, gli rende la libertà.

Il palpito delle ali nerissime e il tintinnio di quel campanello (il soggetto è tratto da “Il corvo di Mizzaro”, sempre di Luigi Pirandello) punteggeranno a tratti l’andamento del film.

PRIMO EPISODIO: L’altro figlio. Un gruppo di emigranti per l’America sosta brevemente su una strada campestre, in attesa di una carretta. Una donna, una vedova da tutti creduta un po’ matta, perché si ostina a fare scrivere lettere ai due figli, emigrati anch’essi da ben quattordici anni e di cui mai ha più saputo nulla, vuole affidare a qualcuno un’ennesima lettera per i due, immemori o ingrati.

Ma sul foglio altri hanno malignamente tradotto le sue trepidanti parole di affetto in assurdi sgorbi. Se ne avvede uno dei presenti, di altra estrazione sociale e con garbo glielo fa rilevare. A questo punto, la donna racconta a lui che, trent’anni prima, all’epoca di Garibaldi, il marito le venne ucciso e barbaramente decapitato, un bandito la stuprò e dalla violenza le nacque un figlio.

Ai bordi della strada, non lontano, quel figlio è là che attende al pascolo delle proprie bovine. Egli è buono, semplice e laborioso, ma lei non lo ha mai accettato, nè mai potrà accettarlo (tra l’altro, egli è il ritratto vivente di quel bandito). Lo vede anche piangere, respinto e sconfitto nel suo amore filiale, ma “quello” è il prodotto di un orrore subito.

La donna resta sola, prigioniera dei ricordi, della miseria e della sua vana speranza, solamente tesa verso quei due lontani, barricata nel proprio rifiuto.

SECONDO EPISODIO: Mal di luna. Dopo neppure un mese di matrimonio, la giovanissima Isidora scopre una sera con terrore che il suo Batà è un licantropo.

Rimproverato l’infelice di non averle onestamente dichiarato, prima delle nozze, che il mal di luna lo mette periodicamente in crisi e confidatasi con la madre, quest’ultima condivide e accetta la proposta del giovane: lei stessa ed il cugino Saro si recheranno, ogni notte di luna piena, al casolare isolato nella campagna, per tenere compagnia alla sposina.

Si tapperanno al sicuro in casa, mentre Batà ululerà nella notte; poi, tutto tornerà come prima. Isidora aspetta con ansia l’avvenimento, anche perché ha sempre amato Saro (povero, ma più bello e sano di Batà), sa di esserne ammirata e non dubita affatto che, nella notte fatale, tradirà lo sposo. Invece Saro, malgrado le chiarissime offerte della donna, non la possiederà sul letto coniugale: gli fa pena l’infelice cugino che si dibatte all’aperto, lacerato dalle unghiate, dalle grida e dal suo immenso dolore.

Così non tocca la donna e stringe tra le mani la testa di Batà, come a tentare di alleviarne la sofferenza.

TERZO EPISODIO: La giara. In una stagione ricchissima di olive, il ricco proprietario don Lollò (l’attore Ciccio Ingrassia) si fa spedire alla masseria un’olla gigantesca.

Ma la giara trionfale, installata proprio nel mezzo del grande cortile, una notte misteriosamente si rompe. Zì Dima (Franco Franchi) è un conciabrocche famoso per il suo misterioso mastice: lo si chiama subito, ma don Lollò, diffidente, vuole in più anche una serie di punti di ferro per riparare meglio la giara.

Zì Dima lavora d’impegno, cuce e salda il recipiente (che torna perfetto e suona, a toccarlo, come una campana), ma vi resta stolidamente chiuso dentro.

Di lui non fuoriesce che la testa e, per di più, egli è gobbo e nessuno ce la fa a tirarlo fuori. Di qui le furie e poi il ricatto di don Lollò (“se vuoi uscire, ti tocca rompere la giara e allora devi pagarmela”) ed il rifiuto del conciabrocche, tra le risate dei famigli e dei lavoranti, ai quali Zì Dima offre, anzi, allegramente da bere e da mangiare, sostenendo la tesi che, se il proprietario non gli avesse imposto quei maledetti punti, egli non sarebbe entrato nella giara e ora sarebbe libero. Alla fine, sarà l’arrogante don Lollò a rompere la giara, liberando così il gobbo paziente ed astuto.

QUARTO EPISODIO: Epilogo: colloquio con la madre. Luigi Pirandello (nel film, l’attore Omero Antonutti) torna alla casa natale. Scende alla stazioncina di Girgenti, tardivamente riconosce l’uomo che lo conduce a destinazione con la sua carrozza (e che quasi si offende per la mancia) e si aggira per le ampie e silenziose stanze.

Mille dolci memoria lo aggrediscono. Nel salotto “rivede” la madre (Regina Bianchi), che gli parla con pacata affettuosità. Un colloquio si stabilisce, tra l’uomo ormai celebre, ma amaro e chiuso, e la tenera figura materna.

Luigi vede il mare da una finestra, ricorda le vele della sua infanzia e chiede alla madre di raccontargli di un famoso viaggio, che lei fece in barca con le sorelline verso Malta, per andare a trovare il Nonno, esiliato in quell’isola…

ALCUNE SCENE TRATTE DAL 3^ episodio “LA GIARA” con Franchi e Ingrassia


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